Dipinti di Leonardo da Vinci dal 1469 al 1515

Leonardo da Vinci

Leonardo di ser Piero da Vinci (Vinci, 15 aprile 1452 – Amboise, 2 maggio 1519) è stato un pittore, ingegnere e scienziato italiano. Uomo d'ingegno e talento universale del Rinascimento, incarnò in pieno lo spirito della sua epoca, portandolo alle maggiori forme di espressione nei più disparati campi dell'arte e della conoscenza. Si occupò di architettura e scultura, fu disegnatore, trattatista, scenografo, anatomista, musicista e, in generale, progettista e inventore. È considerato uno dei più grandi geni dell'umanità.

Il Ritratto di una Sforza (Bella principessa)

Il Ritratto di una Sforza (detto "Bella principessa") è un dipinto a gesso e inchiostro, matita nera, rossa e biacca su pergamena (33x23,9 cm) attribuito a Leonardo da Vinci, databile al 1495 circa e conservato in una collezione privata, forse in Canada. Si tratta della più recente attribuzione che riguarda Leonardo, scaturita in seguito a una serie di indagini scientifiche del 2009 che avrebbero ritrovato un'impronta digitale sull'opera altamente compatibile con altre conosciute dell'artista, in particolare sul San Girolamo della Pinacoteca Vaticana.Si ignorano le circostanze originarie della produzione del ritratto, che è applicato su un supporto ligneo su cui sono visibili due timbri della dogana francese. La prima pubblicazione risale al 1998, quando passò a un'asta di Christie's a New York, con l'attribuzione a un artista del XIX secolo, con una stima tra i 12.000 e i 16.000 dollari. Ceduto dalla vedova dell'antiquario fiorentino Giannino Marchig, in quell'occasione venne acquistata dal collezionista canadese Peter Silvermann per un prezzo finale di 21.850 dollari.In seguito prese strada l'ipotesi di un'attribuzione a Leonardo, che ha condotto a una serie di indagini scientifiche dai risultati sorprendenti. In alto a sinistra è stata infatti scovata, tramite una fotocamera multispettrale della Lumiére Technology Company, un'impronta digitale che è stata poi confrontata con altre conosciute di Leonardo: l'artista infatti notoriamente sfumava le sue opere con i polpastrelli, per raggiungere quel tipico effetto di luce soffusa e colori morbidamente amalgamati in cui era impossibile scovare qualsiasi traccia della pennellata. Se ne conoscono infatti sull'Annunciazione e sul San Girolamo e da quest'ultimo infatti è stata rilevata un'impronta di dito indice o medio che risulta compatibile con quella della "Bella principessa". Dopotutto il San Girolamo è ritenuta un'opera completamente autografa, dipinta dal maestro quando ancora era giovane e non aveva assistenti.Si è proceduto anche a un esame al radiocarbonio del supporto, che ha confermato un'antichità della pergamena circoscrivibile entro il 1440 e il 1650, compatibile quindi con la produzione di Leonardo. L'esame ai raggi infrarossi, infine, ha evidenziato una serie di pentimenti e di similitudini con la Testa di donna di profilo di Leonardo nella Royal Library del Castello di Windsor. Il tratteggio che procede da sinistra è tipico di LeonardoSi è cercato quindi di collocare l'opera nella biografia leonardiana, assegnandola, su base stilistica e cercando tracce documentarie, al primo soggiorno milanese dell'artista. L'opera potrebbe raffigurare Bianca Sforza (1482-1496), la figlia primogenita e illegittima di Ludovico il Moro e Bernadina de Corradis, allora tredici-quattordicenne, sposatasi nel gennaio 1496 con Galeazzo Sanseverino, capitano delle armate di Ludovico il Moro. Nel Ligny Memorandum di Jean Perréal, artista di corte che visitò Milano nel 1494, è ricordato l'incontro con Leonardo, che più volte gli chiese ragguagli sull'uso del gesso e della pergamena, forse proprio perché doveva attendere a un'opera del genere. La scelta della pergamena potrebbe spiegarsi con la possibilità che il ritratto facesse parte di un libro di poesie, magari facendo da copertina, come testimonierebbero tre fori lungo il bordo.Con la nuova attribuzione la quotazione del dipinto è vertiginosamente salita a 107 milioni di euro. L'opera è stata esposta per la prima volta, dal 20 marzo al 15 agosto 2010, nell'Eriksbergshallen di Goteborg, in Svezia; nel frattempo, stando alle fonti giornalistiche, il dipinto avrebbe cambiato proprietario, ma non è stato divulgato dove sia conservato. Sulla Principessa e le sue vicende ha scritto un libro Martin Kemp, professore emerito di storia dell'arte a Oxford, tra i massimi esperti di Leonardo. È stato lui a proporre il nome di Bianca Sforza, per esclusione.Gli ha fatto eco in Italia Carlo Pedretti, altro storico esperto leonardiano, che si è dimostrato perplesso ma non assolutamente scettico: in particolare non lo convince il vestito della donna, con un ricamo della manica non pertinente all'epoca rinascimentale, privo dei tipici lacci che rendevano le maniche intercambiabili; impeccabile, secondo lui, è invece l'acconciatura lombarda col "coazzone" tenuto da legacci, e il profilo della giovane, con l'occhio vivo ed espressivo, compatibile coi disegni leonardeschi del tempo. Nel 2008 hanno confermato l'attribuzione un gotha di studiosi, tra cui Nicholas Turner, Alessandro Vezzosi, Mina Gregori e Cristina Geddo.

Ritratti dei duchi di Milano con i figli

I Ritratti dei duchi di Milano con i figli sono una serie di dipinti a olio e tempera su intonaco (90 cm di base ciascuno) di Leonardo da Vinci, databili al 1497 e conservati ai lati della Crocifissione di Donato Montorfano nell' ex-refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie. Le opere, confermate dalle fonti antiche, sono oggi scarsamente leggibili.

Anche il Lomazzo, padre Gattico e una lettera di Ludovico il Moro a Marchesino Stanga citano l'opera. La lettera in particolare, datata 29 giugno 1497, invita a sollecitare Leonardo che finisca il Cenacolo "per attendere poi ad altra fazada d'esso refitorio".

Dell'intervento originario restano oggi pochi frammenti, anche a causa del bombardamento dell'agosto 1943, in cui la volta crollò lasciando esposti gli affreschi alle intemperie (solo sul Cenacolo erano stati posti sacchi di sabbia a protezione). In ogni caso la tecnica a secco aveva già notevolmente compromesso l'opera, per le stesse ragioni per cui il celeberrimo cenacolo è pure oggi tanto malandato. Gian Giacomo Gattico scrisse a proposito: «Queste [figure] sono infarcite per essere dipinte a olio, ed egli [Leonardo] contro il suo volere lo fece perché così onninamente volse il duca Ludovico».La critica, a causa dell'esiguità dei frammenti, ha spesso sottovalutato lo studio della loro autenticità, ma studi recenti, basati su esami scientifici, ribadiscono la piena autografia leonardesca confermando le fonti.

IlVasari ricordò la pittura a secco del duca di Milano e dei suoi familiari da parte di Leonardo, sulla parete della Crocifissione:« Nel medesimo refettorio, mentre che lavorava il Cenacolo, nella testa dove è una Passione di maniera vecchia, ritrasse il detto Lodovico, con Massimiliano suo primogenito, e dall’altra parte la duchessa Beatrice, con Francesco altro suo figliuolo, che poi furono amendue duchi di Milano, che sono ritratti divinamente. »(Giorgio Vasari, Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568), Vita di Lionado da Vinci, pittore e scultore fiorentino.)


Intrecci vegetali con frutti e monocromi di radici e rocce

Gli Intrecci vegetali con frutti e monocromi di radici e rocce sono una pittura parietale a tempera su intonaco di Leonardo da Vinci (ripassata in epoca moderna), databile al 1498 circa e conservata nella Sala delle Asse Castello Sforzesco di Milano.Alcune fonti ricordano l'attività di Leonardo da Vinci al Castello Sforzesco per conto di Ludovico il Moro. In particolare, in una lettera del 1498 il cancelliere Gualtiero Bescapè ricorda al Duca come entro il settembre di quell'anno l'artista avrebbe finito la decorazione della Sala delle Asse.Perduta la memoria della decorazione e ricoperta da altri intonaci, nel 1893-1894 venne riscoperto l'intreccio di motivi vegetali. Nel 1901-1902 si procedette però a un restauro discutibile, con reintegri che compromisero a lungo una lettura integrale e corretta dell'originale. Nel 1954 venne completata una nuova campagna di restauro che restituì la leggibilità critica del ciclo.La decorazione riguarda la volta e la parete nord della sala. Essa si basa su un fitto intreccio di rami e fogliame, che si sviluppa in una sorta di pergolato e sfonda idealmente la parete della sala chiusa, trasformandola in un brano di paesaggio all'aperto.Particolarmente interessante è il frammento sulla parete est, messo in luce nel 1954, ricoperto da disegno preparatorio monocromatico bianco nero, dove si vedono grosse radici che penetrano in alcune stratificazioni rocciose: si tratta della base del fusto dell'albero, da cui originariamente si dipartivano tutte le fronde verdeggianti che coprono la volta della sala, intrecciandosi secondo motivi geometrici. Questa scoperta ha confermato inequivocabilmente come il programma iconografico non fosse circoscritto alla volta, la parte oggi meglio conservata, ma intendesse svilupparsi ampiamente anche sulle pareti circostanti.Tracce teoriche della decorazione con motivi vegetali si trovano nella sezione Degli alberi e delle verdure nel Trattato della pittura.

Salvator mundi

Il Salvator mundi è un dipinto a olio su tavola (66x46 cm) attribuito a Leonardo da Vinci, databile al 1499 circa e conservato in una collezione privata statunitense. L'opera è stata pubblicata solo nel 2011 in occasione di una mostra alla National Gallery di Londra in cui è stata presentata al pubblico (dopo un restauro che ha eliminato vecchie ridipinture). L'attribuzione finora è stata confermata da quattro studiosi internazionali, con pareri unanimi.Poco prima di abbandonare Milano per la caduta degli Sforza, Leonardo avrebbe dipinto una tavola del Salvator mundi destinata a un committente privato. Dell'opera restano alcuni studi, soprattutto al castello di Windsor. La memoria dell'opera, sconosciuta fino a questa recente scoperta, era affidata all'incisione che nel 1650 circa ne aveva tratto Wenceslaus Hollar, ma del dipinto si erano perse le tracce. Il successo dell'opera era stato infatti all'origine di numerose copie, le cui tracce si confondono con quella dell'opera principale. Alcune fonti riportano come l'opera, dopo l'occupazione francese di Milano, era finita in un convento di Nantes. Quando la copiò Hollar invece si trovava nelle collezioni di Carlo I d'Inghilterra, che molto aveva acquistato in Italia. Con la decapitazione del re le sue collezioni vennero in larga parte disperse all'asta. Un Salvator mundi di scuola leonardesca riapparve nel XIX secolo nelle raccolte di sir Francis Cook, che la vendette poi al barone di Lairenty e successivamente al marchese de Ganay, a Parigi, che ancora lo possiede: si tratta forse di un lavoro a Francesco Melzi (attribuito anche a Boltraffio o Marco d'Oggiono), derivato dall'originale di Leonardo[1].L'opera appartiene oggi a un consorzio di commercianti americani con Robert Simon a capofila, proprietario di una galleria d'arte a New York. Scarse finora sono le notizie sulle circostanze dell'acquisto della tavola, che sarebbe stata rilevata all'asta in una vendita immobiliare nel 2004 o 2006. Dopo l'acquisto l'opera venne portata ai curatori del Metropolitan Museum per una valutazione e poi a quelli del Museum of Fine Arts di Boston, i quali però non si pronunciarono. Nel 2010 è stato infine portato alla National gallery dove il direttore Nicholas Penny ha invitato quattro studiosi per valutarlo: Carmen C. Bambach, curatrice del dipartimento di grafica del metropolitan museum, Pietro Marani e Maria Teresa Fiorio, studiosi milanesi autori di diversi saggi su Leonardo e sul Rinascimento, e Martin Kemp, professore emerito di storia dell'arte all'Università di Oxford e noto studioso di Leonardo. I pareri sono stati tutti positivi, così si è deciso di procedere al restauro e di esporre l'opera alla grande mostra monografica su Leonardo che si terrà nel museo londinese dal 9 novembre 2011.La notizia del ritrovamento è stata pubblicata dalla rivista Artnews, seguita dal Wall Street Journal, che aveva anche azzardato una valutazione sui 200 milioni di dollari.Cristo è raffigurato frontalmente e a mezza figura, come tipico dell'iconografia (si veda ad esempio il Salvator mundi di Antonello da Messina), mentre leva la mano destra per benedire e nella sinistra tiene il globo, simbolo del suo potere universale.Quando l'opera arrivò ai restauratori della National Gallery era conciata male, offuscata da ridipinture antiche e vernici, facendo pensare a un lavoro di bottega. Barba e baffi, assenti nella pittura sottostante, vennero forse aggiunti dopo la Controriforma, per adeguare l'immagine di Cristo alla fisionomia "ufficiale". Durante il restauro è emersa una qualità pittorica ben superiore alle aspettative, con una ricchezza cromatica del tutto paragonabile, a detta di Pietro Marani, a quella dell'Ultima Cena: ricchi sarebbero soprattutto gli azzurri e i rossi del panneggio. Un confronto con i pigmenti della Vergine delle Rocce della National Gallery ha dato esiti positivo circa la compatibilità. Infine riflettografie e analisi scientifiche confermerebbero l'analogia con i disegni preparatori.Tra i pezzi di miglior virtuosismo si è rivelato il globo, che simula il cristallo di rocca, testimoniando un accurato studio sulla rifrazione ottica attraverso il vetro, in sintonia con gli interessi scientifici di Leonardo.

Ritratto di Isabella d'Este

Il Ritratto di Isabella d'Este è un disegno preparatorio eseguito a carboncino, sanguigna e pastello giallo su carta (63x46 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1500 circa e conservato nel Louvre a Parigi.Fuggito da Milano alla vigilia della capitolazione ai francesi nel 1499, Leonardo fece innanzitutto sosta a Mantova, dove fu accolto da Isabella d'Este, la carismatica e acculturata moglie di Francesco II Gonzaga. Isabella, durante il suo viaggio a Milano del 1498, aveva visto il Ritratto di Cecilia Gallerani, mostratole dalla stessa amante di Ludovico, e ne era rimasta talmente affascinata da desiderare intensamente un suo ritratto da parte di Leonardo. Nell'intento originale della marchesa c'era quello di mettere in competizione il genio fiorentino con Giovanni Bellini, l'artista veneziano allora più noto, commissionando a entrambi un suo ritratto e scegliere poi il vincitore. In realtà l'iniziativa non andò in porto.Si sa dalle fonti che Leonardo dovette eseguire almeno due ritratti, in tutta probabilità l'esecuzione non andò oltre il disegno preparatorio. Un primo disegno era rimasto a Mantova e nel 1501 venne donato dai Gonzaga, facendone perdere le tracce. Un secondo disegno venne invece portato da Leonardo nella sua successiva tappa a Venezia, opera che dai primi del Novecento viene in genere riconosciuta nel disegno del Louvre. Il disegno ha una serie di forellini praticati con un ago lungo le linee di contorno della veste e della mano destra, testimoniando come l'opera fosse pronta per lo spolvero, la tecnica con cui si riportavano, tramite un tampone di polvere di carboncino, i puntini che avrebbero guidato la mano del pittore sul supporto finale.La donna è ritratta a mezzobusto con la testa di profilo, girata a destra, e il busto invece in posizione frontale, con le mani appoggiate in primo piano al centro. La posa è stata spesso indicata come un'anticipazione della Gioconda. I lineamenti del volto sono delicatamente modellati con un chiaroscuro morbido, con i capelli sciolti, lunghi e fluenti, leggermente mossi.L'elegante abito scollato, con gonfie maniche a sbuffo e un corpetto rigato, è decorato da nastrini cuciti, come quello lungo la scollatura, accentuato dal lieve tono giallo di un pastello.