Dipinti di Leonardo da Vinci dal 1469 al 1515

Leonardo da Vinci

Leonardo da Vinci (Vinci, 15 aprile 1452 – Amboise, 2 maggio 1519) è stato un pittore, ingegnere e scienziato italiano. Uomo d'ingegno e talento universale del Rinascimento, incarnò in pieno lo spirito della sua epoca, portandolo alle maggiori forme di espressione nei più disparati campi dell'arte e della conoscenza. Si occupò di architettura e scultura, fu disegnatore, trattatista, scenografo, anatomista, musicista e, in generale, progettista e inventore. È considerato uno dei più grandi geni dell'umanità.

Madonna dei Fusi

La Madonna dei Fusi (o dell'Aspo) è un dipinto ad olio su tavola trasferito su tela e incollato su tavola (50,2x36,4 cm) attribuito a Leonardo da Vinci e aiuti, databile al 1501 e conservato in una collezione privata a New York.Isabella d'Este si interessò sempre molto a Leonardo da Vinci, prima e dopo il suo breve soggiorno a Mantova nel 1499-1500. Cercando di ottenere i suoi servigi per il suo studiolo e per un ritratto, aveva inviato un suo agente, il carmelitano Pietro da Novellara, a informarsi su quello che l'artista faceva.Proprio in una lettera del frate inviata ad Isabella e datata 14 aprile 1501, si comunicava che Leonardo, carico di impegni a Firenze, stava eseguendo un "quadrettino" per il segretario del re di Francia Florimond Robertret, che raffigurava la Vergine nell'atto di "inaspare i fusi" e il Bambino mentre afferra l'aspo come se fosse una croce[1].Si tratta sicuramente della Madonna dei Fusi, della quale esistono molte versioni, nessuna pienamente autografa. Le più vicine alla mano leonardesca sono ritenute quella in una collezione privata a New York e quella (48,3x36,9 cm[2]) nella collezione del duca di Buccleuch, nel Drumlaring Castle presso Edimburgo, in prestito alla National Gallery of Scotland[3] (trafugata nel 2003 e ritrovata nel 2007[4]). In quest'ultime una parte della critica vi riconosce l'intervento diretto del maestro, seppure con aiuti.Esistono poi altre versioni di allievi e altri artisti che testimoniano la grande popolarità raggiunta dalla composizione; tra le migliori quelle del Franciabigio, di Raffaello e del Sodoma.Il dipinto mostra la Madonna seduta su una roccia in una sciolta posizione con le gambe verso sinistra, il busto frontale e la testa voltata verso destra, dove si trova il Bambino che, pure semisdraiato lungo la diagonale, gioca sorridente con un aspo (un bastone con due assicelle perpendicolari alle estremità per avvolgervi le matasse di lana filata), tenendolo e fissandolo con intensità come se fosse una croce. Nonostante il tema che prefigura la Passione, Leonardo, rinnovando la tradizione iconografica, inserì nel soggetto una certa serenità, che sottintende la piena accettazione di Gesù del suo futuro sacrificio. Inediti sono i rapporti espressivi tra madre e figlio, con un gesto a metà tra la sorpresa e la protettività rappresentato dalla mano di Maria che, come in altri celebri capolavori vinciani, è proiettata in avanti con un ardito scorcio, quasi come a uscire dal dipinto. Il volume dei protagonisti (il "modellato") e reso grazie ai delicati trapassi di luci e ombre, tipici del morbido stile "sfumato" di Leonardo.Straordinaria è poi la fusione atmosferica tra le figure in primo piano e l'amplissimo paesaggio sullo sfondo, in cui si intravedono un fiume e una serie di picchi rocciosi in sequenza, da alcuni identificati con i Calanchi del Basso Valdarno, vicino alla zona di origine del pittore.

Cartone di sant'Anna

Il Cartone di sant'Anna (Sant'Anna, la Madonna, il Bambino e san Giovannino) è un disegno a gessetto nero, biacca e sfumino su carta (141,5x104,6 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1501-1505 circa e conservato nella National Gallery di Londra.Dopo il lungo soggiorno milanese e alcuni viaggi, Leonardo tornò a Firenze nel 1501, da dove mancava ormai da vent'anni. Tormentato da problemi economici e bisognoso di lavorare, venne aiutato da Filippino Lippi, che in passato aveva lavorato più di una volta a commissioni lasciate incompiute e abbandonate da Leonardo. Filippino rinunciò in suo favore all'incarico di dipingere per i frati Serviti una pala d'altare per l'altare maggiore della Santissima Annunziata. Leonardo, col Salaì, si trasferì allora nel convento, dove realizzò un cartone con una Sant'Anna che godette di una straordinaria fama tra i contemporanei, come raccontò  Vasari:

 

« Finalmente fece un cartone dentrovi una Nostra Donna et una S. Anna, con un Cristo, la quale non pure fece maravigliare tutti gl'artefici, ma finita ch'ella fu, nella stanza durarono due giorni d'andare a vederla gl'uomini e le donne, i giovani et i vecchi, come si va a le feste solenni, per veder le maraviglie di Lionardo, che fecero stupire tutto quel popolo. »(Giorgio Vasari, Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568), Vita di Lionardo da Vinci.)

 

I frati si dovettero però accontentare del solo disegno, poiché Leonardo poco dopo ripartiva da Firenze. Cambiato il programma iconografico la pala per l'altare maggiore venne poi avviata da Filippino e completata, dopo la sua morte, da Pietro Perugino. Del cartone leonardesco si persero presto le tracce.Del cartone fiorentino resta una descrizione nella lettera datata 3 aprile 1501 inviata dal carmelitano Pietro da Novellara a Isabella d'Este, in cui si parla di «un Cristo Bambino di età circa un anno, che uscendo quasi de' bracci ad la mamma piglia un agnello et pare che lo stringa. La mamma quasi levandosi de grembo ad S. Anna, piglia il bambino per spiccarlo dall'agnellino. S. Anna, alquanto levandosi da sedere pare che voglia ritenere la figliola che non spicca il bambino dall'agnellino».L'accostamento dell'opera per i serviti e il cartone di Londra appariva fin troppo ovvio, ma i primi dubbi sorsero per le differenze con la descrizione del frate, che si addice piuttosto a una tavola al Louvre. Ricerche documentarie hanno poi infatti dimostrato che l'opera londinese in verità proviene da Milano, dove ne testimonia la presenza una lettera di padre Resta a Pietro Bellori: "Luigi XII prima del 1500 ordinò un cartone di sant'Anna a Leonardo da Vinci dimorante a Milano: ne fece Leonardo un primo schizzo che sta presso i signori conti Arconati in Milano".Sebbene alcuni dettagli della lettera non siano chiari (come la presenza di Leonardo a Milano nel 1500 o la committenza del re francese), è certo che il cartone passò dagli Arconati ai Casnedi nel 1721 e da questi ultimi alla famiglia Sagredo di Venezia, che lo cedettero a loro volta, nel 1763, a Robert Udney. L'inglese trasportò l'opera alla sua residenza di Burlington House, dove venne inventariata (per questo è chiamato spesso anche cartone di Burlington House), prima di approdare alla sede odierna nel 1962.

Gioconda ( Monna Lisa )

La Gioconda, nota anche come Monna Lisa, è un dipinto a olio su tavola di pioppo (77x53 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1503-1514 circa e conservata nel Museo del Louvre di Parigi. Opera emblematica ed enigmatica, si tratta sicuramente del ritratto più celebre del mondo, nonché di una delle opere d'arte più note in assoluto, oggetto di infiniti omaggi, tributi, ma anche parodie e sberleffi.Il sorriso impercettibile della Gioconda, col suo alone di mistero, ha ispirato tantissime pagine di critica, di letteratura, di opere di immaginazione, di studi anche psicoanalitici. Sfuggente, ironica e sensuale, la Monna Lisa è stata di volta in volta amata, idolatrata, ma anche derisa o aggredita. Vera e propria icona della pittura, è vista ogni giorno da migliaia di persone, tanto che nella grande sala in cui è esposta un cordone deve tenere a notevole distanza i visitatori: nella lunga storia del dipinto non sono mancati i tentativi di vandalismo, nonché un furto rocambolesco che in un certo senso ne ha alimentato la leggenda.Il ritratto mostra una donna seduta a mezza figura, girata a sinistra ma con il volto pressoché frontale, ruotato verso lo spettatore. Le mani sono dolcemente adagiate in primo piano, mentre sullo sfondo, oltre una sorta di parapetto, si apre un vasto paesaggio fluviale, con il consueto repertorio leonardesco di picchi rocciosi e speroni. Indossa una pesante veste scollata, secondo la moda dell'epoca, con un ricamo lungo il petto e maniche in tessuto diverso; in testa indossa un velo trasparente che tiene fermi i lunghi capelli sciolti, ricadendo poi sulla spalla dove si trova appoggiato anche un leggero drappo a mo' di sciarpa.Alla perfetta esecuzione pittorica, in cui è impossibile cogliere tracce delle pennellate grazie al morbidissimo sfumato, Leonardo aggiunse un'impeccabile resa atmosferica, che lega indissolubilmente il soggetto in primo piano allo sfondo, e una profondissima introspezione psicologica. Se l'impostazione, col paesaggio sullo sfondo, affonda le radici nella ritrattistica umanistica del Quattrocento (come il Doppio ritratto dei duchi d'Urbino di Piero della Francesca), la straordinaria naturalezza del personaggio, così diversa dalle pose ufficiali e "araldiche" dei predecessori, ne fa una pietra miliare della ritrattistica con cui si apre il Rinascimento maturo.Come scrisse Charles de Tolnay (1951) «nella Gioconda, l'individuo - una sorta di miracolosa creazione della natura - rappresenta al tempo stesso la specie: il ritratto, superati i limiti sociali, acquisisce un valore universale. Leonardo ha lavorato a quest'opera sia come ricercatore e pensatore sia come pittore e poeta; e tuttavia il lato filosofico-scientifico restò senza seguito. Ma l'aspetto formale - l'impaginazione nuova, la nobiltà dell'atteggiamento e la dignità del modello che ne deriva - ebbe un'azione risolutiva sul ritratto fiorentino delle due decadi successive. [...] Leonardo ha creato con la Gioconda una formula nuova, più monumentale e al tempo stesso più animata, più concreta, e tuttavia più poetica di quella dei suoi predecessori. Prima di lui, nei ritratti manca il mistero; gli artisti non hanno raffigurato che forme esteriori senza l'anima o, quando hanno caratterizzato l'anima stessa, essa cercava di giungere allo spettatore mediante gesti, oggetti simbolici, scritte. Solo nella Gioconda emana un enigma: l'anima è presente ma inaccessibile».

La Testa di fanciulla ( La Scapigliata)

La Testa di fanciulla (detta La Scapigliata) è un dipinto a terra ombra, ambra inverdita e biacca su tavola (24,7x21 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1508 circa e conservato nella Galleria nazionale di Parma.Il dipinto, un incompiuto su tavola (non un disegno preparatorio quindi), è ricordato sicuramente per la prima volta in un inventario di casa Gonzaga del 1627 come "un quadro dipintovi la testa di una donna scapigliata, bozzata, [...] opera di Leonardo da Vinci". Probabilmente era la stessa opera che Ippolito Calandra, nel 1531, suggeriva di appendere in camera di Margherita Paleologa, moglie di Federico Gonzaga e nuora di Isabella d'Este. Ancora più anticamente, nel 1501, la tavola è forse accennata in una lettera della marchesa a Pietro da Novellara, datata 27 maggio, in cui la marchesa richiedeva a Leonardo una Madonna per il suo studiolo privato.La datazione dell'opera, che si trova nella Galleria parmense dal 1839, ha visto alternarsi numerose ipotesi. Inizialmente venne avvicinata ad altri lavori incompiuti della gioventù di Leonardo, quali l'Adorazione dei Magi e il San Girolamo; a un'analisi stilistica più approfondità si è poi optato, in prevalenza, per una datazione legata alla piena maturità dell'artista, vicina alla Vergine delle Rocce di Londra o al Cartone di Burlington House (Carlo Pedretti, che propose il 1508).A inizio del XIX secolo il dipinto si trovava nella raccolta privata del pittore parmense Gaetano Callani, il cui figlio Francesco la vendette in seguito all'Accademia di Belle Arti, poi Galleria Nazionale. L'attribuzione a Leonardo da parte della critica è pressoché unanime, con l'eccezione di Corrado Ricci, direttore della Galleria Nazionale (in un catalogo del 1896 avanzò l'ipotesi che fosse opera dello stesso Callani), e di Wilhelm Suida (1929) che la ritenne di scuola.La Scapigliata è un dipinto incompiuto, tuttavia alcune parti del volto sono finite e trovano riscontro nell'opera di Leonardo. Vi è ritratta una testa femminile, con un accenno delle spalle, voltata di tre quarti verso sinistra e inclinata verso il basso. I lineamenti sono dolcissimi, i bulbi oculari tondeggianti e leggermente sporgenti, il naso pronunciato, le labbra carnose accennanti un sorriso, il mento arrotondato. Il forte chiaroscuro steso sul viso con lumeggiature esalta il rilievo scultoreo del volto, di angelica compostezza, interrotta però dalla vibrante capigliatura, scomposta ad arte in ricci turbolenti, che ricordano il principio dell'espressione esteriore dei "moti dell'animo", uno dei principi chiave della poetica leonardiana

San Giovanni Battista

San Giovanni Battista è un dipinto a olio su tavola di noce (69x57 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1508-1513 e conservato nel Museo del Louvre a Parigi.Forse l'opera è quella commissionata a Firenze da Giovanni Benci verso il 1505. Tra le prime biografie di Leonardo da Vinci, solo l’anonimo Gaddiano o Magliabechiano (1537-1542 circa) indica un San Giovanni Battista tra le sue opere. Nell’Itinerario (1521, descrivente un viaggio per l'Italia del Nord, la Svizzera, la Germania l'Olanda e la Francia nel 1517-1518) di monsignor Antonio de Beatis da Molfetta, segretario del cardinale Luigi d'Aragona, è ricordato un incontro con Leonardo il giorno 10 ottobre 1517 al castello di Cloux, dove sarebbero state mostrate quattro opere: due ritratti (uno dei quali si presume fosse la Gioconda), la "Madonna col Bambino seduto sui ginocchi di Sant'Anna" ed infine un "San Giovanni Battista giovane".Divenne di proprietà del Salaì alla morte di Leonardo e dopo la prematura morte dell'allievo, avvenuta nel 1524 per un colpo di schioppo, l'inventario dei suoi beni riporta questa indicazione: "n.° 1 quadro cum uno Santo Ioanne piz. zoveno", ossia un quadro con un San Giovanni giovane, valutato poco più di 25 scudi. Lo stesso Salaì fu però autore di un San Giovanni Battista, ispirato a quello di Leonardo, conservato oggi alla Pinacoteca Ambrosiana, e non è chiaro a quale opera si riferisca esattamente l'inventario.I parenti del Salaì avrebbero poi venduto il dipinto di Leonardo, magari a Francesco I di Francia. Successivamente la tavola riapparve, verso il 1630, in un inventario dei beni di proprietà di Roger Duplessis de Liancourt, ciambellano di Luigi XIII presso il re Carlo I d'Inghilterra. Al re inglese venne poi ceduto il dipinto in cambio di due opere: il Ritratto d'Erasmo di Hans Holbein e la Sacra Famiglia di Tiziano, come riferito da Abraham van der Doort nel catalogo della collezione del re d'Inghilterra.Dopo l'esecuzione capitale di re Carlo I, avvenuta il 30 gennaio 1649, il parlamento inglese decise di vendere all’asta i suoi beni: il San Giovanni Battista fu acquistato in una di queste vendite, più precisamente il giorno 8 ottobre 1651, dai francesi Cruso e Térence per 140 lire. Successivamente i due collezionisti lo vendettero al banchiere e mercante d'arte Everhard Jabach.Gli agenti di Luigi XIV di Francia acquistarono la tavola dal mercante tedesco probabilmente nella prima delle due grandi aste attraverso le quali Jabach vendette la sua immensa collezione d'arte, tra il 1660 ed il 1662; in ogni caso entro il 1666 la tavola era già nelle collezioni reali (inventariato da Charles Le Brun nel 1683), confluite poi al Louvre dopo la Rivoluzione.Il giovane san Giovanni emerge da uno sfondo scuro in cui non si riesce a scorgere alcun riferimento spaziale, con una rotazione a spirale del busto che lo pone improvvisamente sotto una luce proveniente da sinistra. Con la mano destra indica la Croce che tiene in mano, suo tipico attributo, e il cielo, invitando l'osservatore a una meditazione sulla venuta di Cristo. Egli si rivolge direttamente con lo sguardo allo spettatore, con un'espressione languida, ambigua e dolcemente sorridente. La fisionomia e l'atteggiamento sono tipici della produzione matura di Leonardo, ed hanno dato origine a svariate interpretazioni allegoriche, sia in chiave cristiana che pagana, tuttavia piuttosto forzate vista l'inequivocabilità del soggetto.La veste è composta da un pelliccia, tipica veste dell'eremita, cadente e retta dal braccio sinistro, lasciando scoperti il braccio e la spalla destra, dalle proporzioni perfette. I capelli sono folti e ricci, e ricordano la fisionomia del Salaì, allievo di Leonardo che si prestò forse come modello. La forma della capigliatura, stando agli stessi scritti di Leonardo, aveva analogie con gli studi del moto vorticoso dell'acqua, oggetto di approfondimento proprio in quegli anni: "Il moto del vello dell'acqua [...] fa a uso de' capelli, che hanno due moti: [...] l'uno attende al peso del vello, l'atro al lineamento delle volte", cioè la forma dei capelli dipende dalla direzione del peso e dell'increspatura naturale.Il lento e raffinato sovrapporsi di velature della pittura ad olio è detto "sfumato" e permette di ottenere morbidi e delicatissimi passaggi tra le luci e le ombre, accentuando la plasticità del soggetto e la rotondità delle forme. Impossibile è rilevare tracce delle pennellate, fuse nei tenui trapassi di colore, con velature atmosferiche (cioè che sembrano cogliere la consistenza dell'aria) e degli strati pittorici tono su tono..